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soggiorno per motivi religiosi

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17 febbraio 2009 Il permesso di soggiorno per motivi religiosi può essere convertito in motivi di lavoro.
Il Tar di Roma risolve favorevolmente il caso di una suora impiegata come infermiera professionale alla quale la Questura dovrà ora rilasciare un permesso per lavoro subordinato. Anche se non all’ordine del giorno, sono piuttosto frequenti i casi di suore straniere che entrano in Italia con visto per motivi religiosi e che uniscono alla cura delle anime anche quella dei corpi, in quanto provette infermiere professionali.
Quando, come a volte accade, rinunciano ai voti, si presenta il problema di giustificare la prosecuzione del loro soggiorno in Italia ad altro titolo, ed in particolare come lavoratrici nel campo infermieristico.
Così è accaduto ad una suora indiana che dopo dieci anni dal suo ingresso in Italia ha deciso di lasciare l’ordine di appartenenza e dedicarsi esclusivamente alla professione di infermiera, avendo sempre lavorato in questo settore con regolari contratti di lavoro. Per questo motivo ha presentato richiesta di conversione del permesso di soggiorno da motivi religiosi a lavoro.
La Questura di Roma non ha accolto la richiesta sul presupposto che “l’art. 14 del D.P.R. del 31/08/1999 modificato dal D.P.R. 334/2004… non contempla la conversione del permesso di soggiorno per motivi religiosi in permesso di soggiorno per lavoro”.
Da qui un ricorso al Tar di Roma che, invece, ha fornito una differente interpretazione della legge.
Per i Giudici romani, infatti, “l’art. 14 del D.P.R. n. 394/1999, nell’indicare le attività consentite in relazione ai permessi di soggiorno per motivi di lavoro subordinato, di lavoro autonomo, familiari e di studio, espressamente consente la conversione di tali permessi di soggiorno per l’attività effettivamente svolta. La predetta disposizione, tuttavia non può interpretarsi, come operato dall’amministrazione, nel senso che soltanto le menzionate tipologie di permesso di soggiorno possano essere oggetto di conversione e, conseguentemente, che per quelle non espressamente ivi richiamate tale conversione non sarebbe consentita.”
Di conseguenza, precisa il Tar, “in assenza di una espressa esclusione, la disposizione in esame non può che essere interpretata alla luce della generale previsione di cui all’art. 5, comma 5, del D.Lgs. 25.7.1998, n. 286, secondo la quale “il permesso di soggiorno o il suo rinnovo sono rifiutati…sempre che non siano sopraggiunti nuovi elementi che ne consentano il rilascio e che non si tratti di irregolarità amministrative sanabili”, ovviamente nel rispetto delle quote di ingresso per le attività lavorative, salvo che per le attività lavorative di cui all’art. 27 del D.Lgs. n. 286/1998 specificamente disciplinate dal regolamento di attuazione, tra le quali quelle di “infermieri professionali assunti presso strutture sanitarie pubbliche e private” indicate all’art. 1, comma 1, lett. r-bis dello stesso art. 27, come nel caso di specie.”
(M.M.)

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